(articolo del giornalista e scrittore Uberto Tommasi, pubblicato sul mensile

"Un mese a Verona", numero 1 anno 4 - gennaio 2000)

 

 
 

Roberto Marchiotto, per gli amici "Bepe Comedia", per essere stato attore di teatro, oggi è un maturo cinquantenne, munito di una rispettabile barba, dall'aria seria e posata che dedica tutto il tempo libero alla creazione di guide per chi ama i percorsi alternativi da fare a piedi o a cavallo. Questi libri lui li scrive e li vive in quanto, munito di bussola, blocco notes e matita, verifica personalmente la percorribilità dei sentieri che descrive, alle volte in

compagnia della moglie Arianna, che arricchisce le pubblicazioni del marito con vivaci acquerelli.
Per Roberto quella dei viaggi è una vecchia passione. Infatti, negli anni '70, fu uno dei primi veronesi ad affrontare con pochi mezzi la via per l'India. Per questo come prima domanda gli chiediamo cosa lo spingesse a compiere simili avventure ed egli ci risponde così: "A darmi la spinta furono le notizie portate da qualche hippy di ritorno dall'India, fino in piazza Dante, che in quegli anni era diventata tappa obbligata per i viaggiatori di un certo tipo. Oltre alla letteratura di controcultura che descriveva il mondo orientale in modo affascinante, trovando un campo fertile in quell 'irrequietezza che allora caratterizzava il mondo dei giovani".
Lei partiva da solo o in compagnia? "Da solo, perche in quegli anni anni erano pochi i veronesi clic osavano tentare l'avventura, sulle tracce di Bruno India e Franco India, i due precursori, che per sfuggire ad un arresto, dopo una rocambolesca fuga dal retro della Bottega del Vino, erano arrivati fino a Goa, e da questa vicenda ne avevano ereditato il soprannome".
Roberto, quale era il suo equipaggiamento? "Non si può parlare di un vero equipaggiamento. La prima volta ero partito con solo duecentomila lire in tasca, zaino e sacco a pelo militari, e un cappotto, un maxi nero per paura del freddo. E fu il timore del clima continentale a farmi allungare il  viaggio. Infatti, arrivato inTurchia, deviai per il Libano e poi per la Siria verso il caldo, rinunciando al passaggio per l'Afghanistan. E l'idea fu ottima: al ritorno, infatti, proprio in quel paese rischiai di morire, coperto da una montagna di neve, a bordo di un furgone FIAT 600 di un commerciante di artigianato indiano, che mi aveva dato un passaggio. Eravamo finiti fuori strada, e solo al mattino dei camionisti bulgari scorsero il tetto del frugone e ci trainarono fuori fino ad un posto di ristoro. Se non fosse stato per loro avremmo potuto morire".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

in Nepal

Certo che avventurarsi in un viaggio così con solo duecentomilalire! "I costi erano bassissimi. Allora arrivare fino a Istanbul con l'Orient Express costava ventisettemilalire e dormire, naturalmente non all'Hilton, duecentocinquanta lire, e mangiare ancora meno. Spesso dormivo nelle stazioni con il sacco a pelo".

E incontrò anche dei veronesi lungo la strada o all'arrivo?  "Solo dopo il 1977. In quel periodo a Goa si era creata una colonia di compaesani. Invece bisogna riconoscere che i veri protagonisti della strada erano i tedeschi e gli inglesi. Per loro era normale, finita la scuola. fare delle vacanze visitando le zone archeologiche. Ed erano ben organizzati. Da loro capii cosa fosse un viaggio culturale. Al confronto gli italiani non esistono. Per me fu una grande scuola".

vicino a Kabul

Il popolo dei viaggiatori aveva dei punti di incontro? "Naturalmente. Il primo era il Pudding Shop di Istanbul, di fronte alla Moschea Blu. Luogo da cui partivano i pullman per Ankara. Poi i caffè di Chicken Street a Kabul, l'Amir Kemir di Teheran, l'Old Delhi nella città omonima, ed altri luoghi lungo il cammino".
Quale fu il primo contatto con una realtà diversa?
"Lo ebbi già sul treno per Istanbul. Lì mi sembrò di essere entrato in un cinemascope. All'inizio non fu facile, per me, che ero una persona riservata, diventò improvvisamente difficile tutto, anche chiedere un'indicazione. Immaginiamoci comunicare con delle persone che spesso parlavano solo la lingua nativa. Poi tutto divenne più semplice. Problemi comunque ne ebbi, come quella volta che io e una ragazza italiana chiedemmo un passaggio ad un camionista irakeno. La sorpresa fu che lui all'arrivo chiese una cifra esorbitante non pattuita. Fummo salvati dalla determinazione della mia compagna che esasperata prese in mano quel foglietto stampato, su cui sono scritti dei versetti del Corano, che spesso gli autisti appendono allo specchietto retrovisore come facciamo con l'immagine di San Cristoforo, minacciando di gettarlo dalla finestra. Il camionista rimase cosi impressionato che scese a patti. Quella volta ebbi l'impressione di averla scampata bella, non mi era sembrata un buona cosa offendere la religione di persone profondamente credenti come i musulmani. Ma per fortuna andò tutto bene ".

arrivo in Afghanistan

 Non tutti i viaggiatori si muovevano verso l'oriente per gli stessi motivi? "Infatti molti che incontravamo sul nostro cammino cercavano solo di avvicinarsi ai luoghi di rifornimento della droga. Era normale trovare nei Tchai Shop dei personaggi che ti offrivano di tutto, droghe pesanti e leggere, magari con il poliziotto pronto ad arrestarti, come accadde a molti italiani. Noi li mandavamo in quel posto senza esitare. La mia passione era l'antropologia. Conoscere modi diversi di pensare e scoprire i misteri delle religioni orientali era il massimo. Pensate che io partii non credente e il tuffo nell'induismo e nell'Islam mi fecero ritornare alla religione cattolica".


A parte la sua esperienza personale, quale fu il motivo principale di questa migrazione collettiva verso l'India? "Innanzitutto credo che abbia contribuito molto il fatto che le nazioni fossero in pace. Adesso i miei viaggi sarebbero im­possibili, la guerra ha spezzettato la lunga via. Inoltre mi sembra che anche la cultura stessa del viaggiatore di oggi sia quella dei viaggi organizzati. Un modo per non vedere. Saltare da un hotel all'altro, tutti con la stessa cucina, si potrebbe fare senza muoversi dalla stessa Verona che di alberghi ne ha molti".
Cosa ha ricavato spiritualmente da questi viaggi?
"Erano viaggi nati dalla fuga di un occidente sentito alle corde, morto. Invece l'esperienza mi portò, alla fine, a capire che io dovevo vivere dove sono nato. E vi tornai volentieri. Anche se vi impiegai sette anni. Il primo viaggio non aveva funzionato. Ero stato respinto dall'India. E solo durante il terzo mi sentii a mio agio. Una volta addirittura ebbi un crollo psicofisico. Rinunciai al programma. Mi feci mandare dei soldi da casa e tornai in aereo. La strada era troppo lunga, e capitava a tutti, all'andata o al ritorno, di avere una crisi. Comunque tutto servì alla mia maturazione: le difficoltà del viaggio, le permanenze sulle spiagge di Goa, o sulle montagne del Nepal, come i colloqui con i guru indiani o qualche imam musulmano".

Roberto al Festival di Palermo, 1972

 


E tra un viaggio e l'altro lei collaborava con un teatro?
" Si, avevo iniziato con Caserta. Poi ci fu la grande avventura, io e l'attrice Gabrielle Hussy fummo invitati al festival internazionale del teatro di Palermo. Fummo applauditi. Ma non servì a nulla, ormai avevo deciso che anche quell'esperienza era finita e così interruppi viaggi e teatro e mi dedicai ai miei libri".

 

Salutiamo Roberto, cercando di capire cosa rimane del vecchio Beppe Comedia e della sua sete di avventura nel serio ricercatore che oggi abbiamo davanti, e nonostante le ripetute assicurazioni ci è sembrato di cogliere nei suoi occhi, durante l'intervista, dei lampi di quelli che fanno ricordare il sonno di certi vulcani, calmi in superficie, ma il cui magma,sotto sotto, non ha cessato ancora di ribollire.

 

 
 
Torna a Verona Underground
 

Torna al Centro

 

Psychedelic